HOME               RASSEGNA STAMPA

 

L’UNIONE SARDA, art. del 22-10-06 [ trascrizione dall’originale ]

 

CRONACA REGIONALE

PROTAGONISTI

 

IL PERSONAGGIO                                                                   LA POLEMICA

Ex direttrice della clinica psichiatrica                                “Non esiste un modello unico di cura

Parla di alelttroshock e salute mentale                                  e non accettiamo ordini dall’alto”

 

di GIORGIO PISANO     

Matti da slegare, norme d’uso.

Nereide Rudas: ecco chi sta andano fuori di testa.

 

A Cagliari il manager della Asl ha aperto un’inchiesta perché il reparto psichiatrico dell’ospedale Is Mirrionis un paziente è rimasto legato per dieci giorni. La morte è avvenuta per altro, le corde non c’entrano. Ma questo basta e avanza per aprire un’indagine interna, minacciare il primario se osa raccontare la sua versione dei fatti ai giornali e intanto diffondere un comunicato stampa per spiegare che chi ha sbagliato sarà punito, che la vera assistenza psichiatrica è un’altra cosa.

Insieme a direttori generali, informatici ed esperti di vario genere, l’assessore alla Sanità ( Nerina Dirindin ) ha importato  in Sardegna una testa lucida della psichiatria, uno che da tutto selle malattie mentali e vuole spiegare ai colleghi sardi, che sono sicuramente bravi e volenterosi ma poco preparati. Tanto più che, nel frattempo, ne hanno combinata una anche a Oristano, dove il solito manager ha deciso di trasferire il reparto psichiatrico del San Martino fuori dal recinto ospedaliero per metterlo insieme al Cim ( Centro di igiene mentale ) e a un ambulatorio neurologico: in pratica, un villaggetto dei pazzi, comunque intesi. Franchising. Di fronte a fatti come questi, Nereide Rudas- che ha fondato e diretto la Clinica psichiatrica dell’Università di Cagliari-dice di saper poco. Ed è forse una cortese bugia. Preferisce andare dritta al problema: cioè a un Piano psichiatrico regionale che l’assessore vorrebbe varare senza un minimo di confronto. Toccata al cuore, visto che ci sono almeno due generazioni di psichiatri allevati alla sua scuola, la professoressa Rudas reagisce parlando apparentemente a distanza, dal piano nobile: “ Non vogliamo modelli imposti dall’alto. C’è chi considera la psichiatria sarda all’anno zero e propone un modello unico. Che, a mio giudizio, è ideologico, basagliano, radicale”. Tradotto per il resto del mondo, significa che d’ora in poi ci sarà una sola ricetta per curare le malattie mentali: quella dell’assessore e suo consulente, che arriva da esperienze nazionali ed è portatore di aria fresca ( nell’accezione più serena del termine ). Nereide Rudas è una vecchia Signora dei matti. Gentile, colta, intellettuale raffinata e impietosamente indigena. Dice che i sardi-e l’ha gridato l’altro giorno a un convegno-son un popolo “con un forte senso di appartenenza e amanti della libertà. Però non vogliamo rinunciare a decidere sui nostri destini: anche in campo di salute mentale”. Presidente dell’associazione nazionale si psichiatria forense, una valanga di pubblicazioni a mezza strada tra medicina, politica e filosofia, la Signora dei matti è stata un’autorità indiscussa. Nel salotto della sua casa cagliaritana, tailleur e occhi in tinta smeraldina si muove con tono garbato e riflessivo. Morde con eleganza, sbrana con distacco, distrugge il bersaglio e tira avanti.

E’ vero che gli psichiatri non sono proprio normalissimi?

“Si fanno due ipotesi: lo psichiatra è attratto dalla malattia mentale oppure si compensa nel curare i malati come lui”

Incoraggiante.

“Il fatto che ognuno di noi è matto al 50 per cento: una metà sana e l’altra no. I guai cominciano quando la metà malata conquista il pacchetto di maggioranza”.

Cosa le ha regalato una vita a fianco ai matti?

“Moltissimo. La malattia mentale, ci piaccia o no, è solo una lente d’ingrandimento su aspetti presenti in tutti noi. Non a caso la psichiatria è l’unica branca della Medicina che offre una chiave di lettura della società in cui viviamo”.

Dicono che i matti e i bambini siano la voce di Dio.

“Questa è una concezione sacrale, antica. A quelle voci se ne aggiungono ogni tanto altre, non sempre innocenti”.

Dicono anche che il mondo è pieno di matti.

“Non c’è dubbio, i matti sono  tra noi. Con la chiusura degli ospedali psichiatrici, è finito l’isolamento del malato. Quanto alla pericolosità dei matti in circolazione, mi spiace deludervi: i delitti li compiono soprattutto le persone sane, equilibrate e insospettabili. Per uccidere ci vuole progettualità: e il matto non ne ha”.

I pregiudizi resistono.

Certo. Ci vorrebbe una rivoluzione culturale per far capire che la malattia mentale è uguale a tutte le altre”.

E c’è pure vergogna a dire vado dallo psichiatra.

Ovvio, perché lo psichiatra è il medico dei pazzi”.

Hanno fatto bene a chiudere i manicomi?

“Benissimo. I manicomi erano lager, istituzioni totali. In quello di Cagliari, come negli altri del resto, il paziente perdeva l’identità, viveva fuori dallo spazio, fuori dal tempo e conduceva una vita degradata”.

Ma curavano o no la malattia mentale?

“Non curavano, custodivano. Quando  sono arrivati gli psicofarmaci, è stato possibile dimettere un sacco di gente”.

Dentro ci sono finiti pure senza tetto, alcolisti, battone…

“Ricordo una suora, ricoverata perché non reggeva i test di fede imposti dalla Madre superiora. In quindici giorni l’abbiamo curata, ma non aveva posta dove andare: è rimasta prigioniera per trent’anni”.

Avete chiuso i manicomi e aperto i raparti ospedalieri.

“Che sono tutt’altra cosa. Perché hanno una funzione terapeutica, semmai soffrono di altri problemi”.

Cioè?

“Pochi posti letto. Non capisco perché un malato di mente non possa essere internato anche in una qualunque clinica universitaria. Poi, quindici giorni di ricovero possono risultare non sufficienti, ma siccome si vive con la fame dei posti letto si fa tutto troppo in fretta”.

Se occorre, ci sono le cosidette residenze.

“Appunto. Quelli sono veri manicomi, in piccolo. Diventano case per sempre”.

Sicura sicura che fosse giusto chiudere i manicomi?

“La legge Basaglia no ha avuto seguito in altri Paesi europei ma rappresenta una grande conquista. Ci fossero alcuni correttivi, saremmo a posto”.

Legare un paziente è corretto?

“Può essere giustissimo. Bisogna valutare caso per caso. Deve essere chiaro però che la contenzione è segno dell’insuccesso del medico: doveva prevenire e non ci è riuscito. Negli ospedali vengono legati vecchi, bambini, pazienti chirurgici e neurologici: l’importante è che sia una necessità”.

Nel caso dell’ospedale di Is Morrionis non lo era?

“Non conosco la vicenda ma mi rifiuto di pensare che i medici siano stati sadici. Il primario di quel reparto è un psichiatra di prim’ordine”:

Allora perché la Asl ha scatenato il finimondo?

 “Perché ha una visione della malattia mentale e dell’assistenza che vuole imporci. Come se noi no sapessimo dove sta di casa la psichiatria”.

E’ una forma, neanche tanto velata, di colonialismo?

“Non so come chiamarla. So invece che in Sardegna c’è stata una clinica psichiatrica in linea con i protocolli nazionali e internazionali. C’e stata una scuola di Neuroscienza, diretta dal professor Gianluigi Gessa, che non sta certo in seconda fila”:

E allora?

“Vogliono imporci un Piano per la Psichiatria senza discuterlo. Vogliono rifilarci un modello di assistenza che è il loro e il loro soltanto: dove sta scritto che è quello giusto? C’è una lesione evidente della democrazia”.

Addirittura?

“Addirittura. In Sardegna la  cura delle malattie mentali non si discosta dalla linea seguita nel resto d’Italia. Con gli handicap tradizionali: il nord ha strutture migliori e più efficienti. Al sud, dopo la chiusura dei manicomi, sono proliferati posti letto nelle cliniche private”.

E allora?

“In ambienti come questo, il paziente ha scarso peso contrattuale, è poco informato sul programma terapeutico e subisce un’accoglienza burocratica”.

In un reparto ospedaliero è meglio?

“In fase acuta, si. Il problema è che ogni tanto dimettono malati non ancora guariti”.

Morale: la legge Basaglia è stata un fallimento?

“Assolutamente no. Si tratta di aggiustarla dove fa acqua e andare avanti. Indietro non si può più tornare”.

Elettroshock: crimine o terapia?

“Altro finto problema. Io non ho mai fatto un elettroshock ma ritengo sia una cura corretta in determinati casi, soprattutto nelle depressioni con una forte propensione al suicidio”.

Perché non l’ha mai praticato?

“Sono per una psichiatria sociale su basi cliniche. E dunque no accetto una guarigione che non passa attraverso il rapporto medico-paziente. L’elettroshock è una metodica chirurgica che esce dal circuito della coscienza”.

Funziona?

“Certo che funziona. E’ andato alla grande soprattutto prima dell’avvento degli psicofarmaci. Ma chi lo pratica oggi, e penso a clinici eminenti come Athanassios Koukoupolos, segue una strada terapeutica precisa. Chi parla di sadismo è sostanzialmente ignorante”.

La psichiatria non è una scienza, la medicina neppure: chi ci salverà?

“Il senso dell’identità e della libertà. Ossia la battaglia per difendere quello che siamo, il nostro patrimonio di conoscenza. Vogliamo confrontarci anziché ricevere ordini calati dall’alto”.

Obbiettivo?

“Conservare, visto che non ci capita spesso, la parte sana della nostra storia”.

 

HOME               RASSEGNA STAMPA